Heavy Meat-al

“Cena a casa mia? Ci sei?” La domenica inizia così, con questa frase che molti vedono come un semplice invito, ma che in realtà cela insidie alla Indiana Jones (quello de Il Tempio Maledetto, non de Il Teschio di Merd…Cristallo, sia ben chiaro). Quali sfide possono esserci in una mangiata con amici? È la cena stessa a trasformarsi in un duello: la tavola è il campo di battaglia, le posate diventano armi e i rumori dei nostri stomaci sono le trombe che suonano la carica.

La prima fase è la spesa. Tra gli incaricati di solito ci sono io che mi diverto un mondo a girare tra gli scaffali dell’unico supermercato dedito al guadagno perché aperto di domenica. Soprattutto se molto affamato mi ritrovo a riempire il carrello così tanto che sono spesso costretto ad usare un bambino ciccione (che si trova tipicamente nelle corsie dei dolci) come “fermacarte” per la spesa.
La cosa migliore è quando capita di perdersi a fissare lo stesso scaffale per ore, nella ricerca delle spezie o delle salse più adatte. Questa idoneità si basa su 3 elementi specifici:

  1. “Oh cazzo! In questa salsa c’è la mucosa della rana della Moravia. Prendila solo se è scaduta.”. Traduzione: potrebbe fare male al fisico o essere un’ottima base per veleni, quindi è buona.
  2. “Guarda questa! È la spezia ricavata dalle ascelle muschiate delle scimmie Nasica.”, ossia tutto ciò che è assurdo e che non conosciamo deve essere acquistato per il gusto della scoperta.
  3. “Prendiamo quella che costa di meno…però la salsa al laterizio e calcestruzzo potrebbe abbinarsi meglio piuttosto che quella al sedano. Capito, vai di laterizio anche se costa di più.”. Non importa il prezzo, non totalmente. Ci interessa sfondarci di cibo, quindi un buon abbinamento è necessario. Se mangiamo del metallo, ci starà sicuramente del piombo fuso, non certo del prezzemolo!

Il reparto della carne è un altro di quei luoghi dove si protrae il tempo illimitatamente. Di solito puntiamo subito al reparto a fianco alla macelleria, che è la stalla. Comprata la mucca ci spostiamo alle bibite. Non sono io l’esperto in questo campo, così come altri miei amici non sono fan dei formaggi. Sussiste un compromesso non scritto per il quale non diciamo mai di no a ciò che compare nel carrello della spesa, quindi se qualcuno non vuole una pietanza particolare, semplicemente non la mangerà. Questa regola non vale per me, vista la mia passione repentina di riempire il carrello con cose che non riguardano la cena, come i pannolini per cani, le toppe delle giacche di Lupo Alberto, lo shampoo per auto, i cappellini da festa delle Winx o la macchina a controllo numerico di Topolino.

Per incastrare al meglio le tempistiche, sul luogo predisposto per l’abbuffata si è dato inizio alle fiamme, mettendo della pasta a cuocere. Vengo avvisato telefonicamente che il sugo sarà coi peperoni e le cipolle, tanto per stare leggeri. Alla conferma della scelta sul condimento, la mia risposta è un “Godo come un maiale che si scopa un coniglio.”.
Non mi rendo conto che intanto la cassiera mi fissa con fare inorridito. Lei non può capire i nostri messaggi criptati. La nostra si tratta di una vera e propria guerra, per combattere bisogna utilizzare tutte le tecniche più comuni, compresi la messaggistica codificata e i missili terra-aria.

Dopo aver pagato ci lasciamo alle spalle il colosso del consumismo, immagazzinando il materiale grezzo nella macchina. Durante il viaggio non può mancare una schimicata per lo sforzo della spesa. Dal vocabolario: “Schì-mi-ca-ta (s.f. dell’aggettivo chimica): qualunque fuori pasto ingurgitato grottescamente, costituito da alimenti che non necessitano di cottura e/o prescrizioni igieniche particolari. Rientrano in questa categoria le patatine confezionate, gli avanzi del giorno prima, i prodotti di rosticceria, gli avanzi della settimana prima, il budino alla maionese, la frutta secca, le piadine secche, il cane secco, i dolciumi che cambiano colore a contatto con l’aria, ecc…”.

Arrivati sul campo di battaglia ci accingiamo ad aprire gli antipasti di patatine al formaggio, affettati, salamino, nachos e salse messicane. Nemmeno il tempo di finire i sacchetti aperti che la pastasciutta peperonata arriva sotto le nostre narici.

La battaglia procede in mezzo ai versi di goduria: chi si lascia scappare un “Oh yeah.”, chi un “Oh mio Dio, sì. Così.”, chi invece si limita alla ruminazione selvaggia.

Fine primo tempo, nel quale si inizia a preparare la carne, marinando la mucca nelle varie salse e spezie. Del formaggio d’accompagnamento e del vino che sa di merda, infatti l’ho comprato io, noto esperto di birre.

Finisce così la cena vera e propria, lasciandosi dietro i cadaveri di coloro che non riescono ad alzarsi dalla sedia, chi respira affannosamente come Darth Vader e chi, come me, si appresta a fare scarpetta con l’unto delle padelle.

Tutto quello che succede dopo è frutto di fantasia e visioni distorte dalla pienezza.

Il giorno dopo mi sveglio con una suoneria particolare: il rutto al peperone in La minore.
Schiaccio “Posponi” sulla mia pancia e dopo 10 minuti riecheggia un rutto alla salsa di soia. È il momento di alzarsi.

No, è difficile.
È quindi il momento di rotolare giù dal letto.

Un rutto alla cipolla mi ricorda che devo bere 8 litri di acqua e la giornata può iniziare (per poi finire una volta arrivato al lavoro).

(Amo queste cose. Mi lasciano un senso di soddisfazione non indifferente.)

Buon appetito da,

Marco da Bollo, detto Brodo

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