L’ultima cena

Le mangiate con gli amici sono sempre impegnative. Ma a volte sopravvivo e le racconto, cercando di escludere le parti splatter.

In cucina con Braghetti

Mi ritrovo a casa da solo. Non ho per niente voglia di cucinare, quindi decido di fare schifo.

Oggi preparerò una delle tante varianti della “schimicata”, un particolare piatto che può assumere forme e sapori diversi, in base a quello che si ha in frigo.

Ingredienti (per 1 persona):

  • Una teglia di tranci di pizza e focacce, avanzate dalla sera precedente;

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  • Uno squisito, stupendo e formaggioso tomino;

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Preparazione:

Affettare il buonissimo tomino a metà.

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Rendersi conto troppo tardi del folle attentato alla vita di un innocente tomino.
Compiangersi con l’arma del delitto in mano.

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Riprendersi in fretta e gettare l’arma nell’immondizia, per cancellare le prove.

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Prendere un piatto.

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Appoggiarlo su una superficie orizzontale.

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Appoggiarci la focaccia alle patate.

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Stenderci sopra il tomino martoriato.

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Coprire con un trancio di pizza capricciosa.

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Coprire il tutto con un’altra fetta di capricciosa più grande.

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Prendere un barattolo di maionese la cui visione è adatta solo ad un pubblico adulto.

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Mettere la maionese sopra la cappa.

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Cambiare completamente disposizione, rimettendo tutto nella teglia. Creare un sandwich con il tomino posto tra i due tranci più grandi.

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Mettere tutto in forno.

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Farsi un selfie nell’attesa che si scaldi.

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Se ci mette tanto a scaldarsi e avete una fame indecente, potete sempre stuzzicare con un barattolo di sale grosso.

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Sfornare il tutto, mettere nel piatto e servire con una Coca ghiacciata. Dimenticarsi di fare la foto per la troppa ingordigia nel voler addentare il “sandwich” e tutto il resto.
Sostituire il precedente contenuto del piatto con qualcosa di simile.

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Spero che la ricetta vi sia piaciuta e che sia stato abbastanza chiaro sulla preparazione.

Una volta finito di mangiare, per buona educazione ed igiene, vi raccomando di lavarvi i denti.

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Grazie per l’incredulità. Alla prossima stronzata che mi passa per lo stomaco, da
Suor Germania, detto Gurmè

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Heavy Meat-al

“Cena a casa mia? Ci sei?” La domenica inizia così, con questa frase che molti vedono come un semplice invito, ma che in realtà cela insidie alla Indiana Jones (quello de Il Tempio Maledetto, non de Il Teschio di Merd…Cristallo, sia ben chiaro). Quali sfide possono esserci in una mangiata con amici? È la cena stessa a trasformarsi in un duello: la tavola è il campo di battaglia, le posate diventano armi e i rumori dei nostri stomaci sono le trombe che suonano la carica.

La prima fase è la spesa. Tra gli incaricati di solito ci sono io che mi diverto un mondo a girare tra gli scaffali dell’unico supermercato dedito al guadagno perché aperto di domenica. Soprattutto se molto affamato mi ritrovo a riempire il carrello così tanto che sono spesso costretto ad usare un bambino ciccione (che si trova tipicamente nelle corsie dei dolci) come “fermacarte” per la spesa.
La cosa migliore è quando capita di perdersi a fissare lo stesso scaffale per ore, nella ricerca delle spezie o delle salse più adatte. Questa idoneità si basa su 3 elementi specifici:

  1. “Oh cazzo! In questa salsa c’è la mucosa della rana della Moravia. Prendila solo se è scaduta.”. Traduzione: potrebbe fare male al fisico o essere un’ottima base per veleni, quindi è buona.
  2. “Guarda questa! È la spezia ricavata dalle ascelle muschiate delle scimmie Nasica.”, ossia tutto ciò che è assurdo e che non conosciamo deve essere acquistato per il gusto della scoperta.
  3. “Prendiamo quella che costa di meno…però la salsa al laterizio e calcestruzzo potrebbe abbinarsi meglio piuttosto che quella al sedano. Capito, vai di laterizio anche se costa di più.”. Non importa il prezzo, non totalmente. Ci interessa sfondarci di cibo, quindi un buon abbinamento è necessario. Se mangiamo del metallo, ci starà sicuramente del piombo fuso, non certo del prezzemolo!

Il reparto della carne è un altro di quei luoghi dove si protrae il tempo illimitatamente. Di solito puntiamo subito al reparto a fianco alla macelleria, che è la stalla. Comprata la mucca ci spostiamo alle bibite. Non sono io l’esperto in questo campo, così come altri miei amici non sono fan dei formaggi. Sussiste un compromesso non scritto per il quale non diciamo mai di no a ciò che compare nel carrello della spesa, quindi se qualcuno non vuole una pietanza particolare, semplicemente non la mangerà. Questa regola non vale per me, vista la mia passione repentina di riempire il carrello con cose che non riguardano la cena, come i pannolini per cani, le toppe delle giacche di Lupo Alberto, lo shampoo per auto, i cappellini da festa delle Winx o la macchina a controllo numerico di Topolino.

Per incastrare al meglio le tempistiche, sul luogo predisposto per l’abbuffata si è dato inizio alle fiamme, mettendo della pasta a cuocere. Vengo avvisato telefonicamente che il sugo sarà coi peperoni e le cipolle, tanto per stare leggeri. Alla conferma della scelta sul condimento, la mia risposta è un “Godo come un maiale che si scopa un coniglio.”.
Non mi rendo conto che intanto la cassiera mi fissa con fare inorridito. Lei non può capire i nostri messaggi criptati. La nostra si tratta di una vera e propria guerra, per combattere bisogna utilizzare tutte le tecniche più comuni, compresi la messaggistica codificata e i missili terra-aria.

Dopo aver pagato ci lasciamo alle spalle il colosso del consumismo, immagazzinando il materiale grezzo nella macchina. Durante il viaggio non può mancare una schimicata per lo sforzo della spesa. Dal vocabolario: “Schì-mi-ca-ta (s.f. dell’aggettivo chimica): qualunque fuori pasto ingurgitato grottescamente, costituito da alimenti che non necessitano di cottura e/o prescrizioni igieniche particolari. Rientrano in questa categoria le patatine confezionate, gli avanzi del giorno prima, i prodotti di rosticceria, gli avanzi della settimana prima, il budino alla maionese, la frutta secca, le piadine secche, il cane secco, i dolciumi che cambiano colore a contatto con l’aria, ecc…”.

Arrivati sul campo di battaglia ci accingiamo ad aprire gli antipasti di patatine al formaggio, affettati, salamino, nachos e salse messicane. Nemmeno il tempo di finire i sacchetti aperti che la pastasciutta peperonata arriva sotto le nostre narici.

La battaglia procede in mezzo ai versi di goduria: chi si lascia scappare un “Oh yeah.”, chi un “Oh mio Dio, sì. Così.”, chi invece si limita alla ruminazione selvaggia.

Fine primo tempo, nel quale si inizia a preparare la carne, marinando la mucca nelle varie salse e spezie. Del formaggio d’accompagnamento e del vino che sa di merda, infatti l’ho comprato io, noto esperto di birre.

Finisce così la cena vera e propria, lasciandosi dietro i cadaveri di coloro che non riescono ad alzarsi dalla sedia, chi respira affannosamente come Darth Vader e chi, come me, si appresta a fare scarpetta con l’unto delle padelle.

Tutto quello che succede dopo è frutto di fantasia e visioni distorte dalla pienezza.

Il giorno dopo mi sveglio con una suoneria particolare: il rutto al peperone in La minore.
Schiaccio “Posponi” sulla mia pancia e dopo 10 minuti riecheggia un rutto alla salsa di soia. È il momento di alzarsi.

No, è difficile.
È quindi il momento di rotolare giù dal letto.

Un rutto alla cipolla mi ricorda che devo bere 8 litri di acqua e la giornata può iniziare (per poi finire una volta arrivato al lavoro).

(Amo queste cose. Mi lasciano un senso di soddisfazione non indifferente.)

Buon appetito da,

Marco da Bollo, detto Brodo

Il giorno più unto

Ieri, primo giorno di sole dopo anni di pioggia, io e diversi miei amici ci siamo avventurati sulle stradine montane di un paesino chiamato Esino. Tradizione vuole che in questi luoghi, per festeggiare il santo di turno, si preparino dei ravioli giganti immersi nel burro fuso, chiamate patole. Un sapore molto particolare e secondo me sono davvero ottime. Ogni casa del luogo ha la propria ricetta, ogni famiglia ha il proprio metodo, ogni famigliare ha il proprio segreto per la preparazione del ripieno. Di base si tratta di una pastella di salsiccia, zucca, amaretto. La pasta è bella spessa e la lunghezza effettiva di una singola patola è di circa una dozzina di centimetri.

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Le prescrizioni mediche sconsigliano l’uso prolungato a questa sostanza.

Prima di arrivare alla prima portata so già a cosa andrò incontro, quindi preparo lo stomaco con una modestissima dose di vino generico. Non che serva per forza, ma una buona bevuta si accompagna sempre perfettamente con una sostanziale mangiata.

Si inizia con degli ovvi antipasti e cerco di darmi un tono (il Fa#). Finché non assaggio la pancetta. Nel preciso istante in cui infilai in bocca il primo lardoso pezzettino di maiale il mio stomaco iniziò ad espandersi. La voglia di cibo iniziò ad avanzare velocemente. Ma riuscii a trattenermi comunque, anche perché gli affettati finirono abbastanza in fretta.

Era la successiva portata che aspettavamo. Tutti con il naso in su, come lupi che annusano la preda prima di attaccare o come le mosche quando entrano a casa di Gianni Morandi. Un tripudio di bielle riempite di patole inizia a riversarsi sulla tavola, mentre noi ci accingiamo a spargerle sui piatti, con un’abbondante pioggia di burro colante (fried shower).
I primi morsi per chi non le aveva mai mangiate risultano un qualcosa di nuovo ma decisamente gustoso. Le facce si dipingono di sorrisoni, ma è solo l’inizio della sfida che ogni persona si fissa nella propria testa: “Quante riuscirò a mangiarne?”. Quest’anno sono arrivato ad 11. Si narrano leggende di persone arrivate a 63, nel corso di un’intera giornata. Stento ancora a crederci, però se è davvero esistito dovrebbero girare un film su di lui, tipo “Maciste contro le patole” o “Il buono, il burro e il farcito”.
C’è da precisare che le teglie con cui vengono portate a tavola sono sempre le stesse, e quindi il fondo di burro fuso, anche se riversato a cucchiaiate nel piatto dai più golosi (eccomi) non fa che aumentare ad ogni portata.

Questa gara a chi si fa venire prima una paralisi cardiaca o un ictus si conclude con un primo tempo, nel quale tutti i presenti si alzano per dirigersi fuori a prendere un po’ d’aria, chi a fumarsi una sigaretta, chi a cercare (senza troppo sforzo) di convincere gli amici ad un obbligato giro di grappa per bruciare la pesantezza (eccomi). La grappa dopo il primo è una delle poche volte che diventa necessaria per il bene del fisico. Più che altro è che non ho mai voglia di fermarmi, e me lo impongo per mangiare il secondo.
Siccome si chiama secondo, ne mangio due.

Si conclude con il dolce, che nessuno rifiuta. Un orgoglio da nonna mi sale dentro, vedendo tutte le pance belle piene. Certo, essendo miei amici è giusto che siano tutti di buona forchetta, o m’incazzo. Come una nonna, per l’appunto.

Il risultato del pranzo è stato che non ricordo più come sono arrivato a casa. Soddisfatto come pochi per la “mangiata della domenica” noto come il mio sistema sanguineo assomigli sempre più alle strade statali italiane: nelle vene mi scorre la grappa e il vino, mentre le arterie sono tutte ostruite dai lavori in corso, c’è quindi una viabilità alternata con un sacco di traffico.

Io queste mangiate le definisco le belle cose della vita. Ce ne sarebbero altre che mi vengono in mente, ma vi rimando ai siti come Youporn e simili che si spiegano meglio di me.

Auguro anche a voialtri tante esperienze uguali, che non mangiate nulla. Eh, si vede dai, sicuri di non volerne un’altra fetta? (Modalità “nonna” ancora attiva).

Ciao eh, ciao ciao, bravi ciao ciao oh oh oh ciao ciao, da

Nona Papella, detto Sbragheròv